lunedì 27 luglio 2009

Hai raggiunto un sentiero della Fortuna. fa' sì che tu possa percorrerlo senza che altri lo facciano per te, mettici la tua fatata energia.
Cose piccole stanno in menti immense, e non temere.
Dare una particolare attenzione a una certa cosa fa la differenza.
La differenza è l'oro più prezioso.
Non giacere sulla sciempiaggine di tanti altri.
Se correre è l'unica cosa che si può fare, corri!
Il dubbio è dare amore.
Che cos'è una biblioteca di sogni che non si sono mai raccontati se non un dio, un dio potente?

venerdì 19 giugno 2009

L'educazione delle scimmie


L’educazione delle scimmie



Personaggi:
Santo, una scimmia
Poldo, un padre di famiglia, proprietario di harem
Donne e bambini indistinti e numerosi
La cuoca
Una dottoressa – può essere la stessa attrice che interpreterà la cuoca


Entra la dottoressa e l’esemplare di uomo(scimmia) – poi l’attore che interpreterà Santo

I primati dal latino “primus”, il migliore, costituiscono un ordine di mammiferi Euteri comprendenti i Lemuri, le Scimmie e l’Uomo moderno. Escludendo l’uomo, che è una specie cosmopolita (l’attore prende con sé una valigia con adesivi di tutti i paesi del globo), oggi sono diffusi in America meridionale e centrale, Africa, Europa (Gibilterra), ed in Asia.
Tutti i primati, dall’Uistitì pigmeo al gorilla, hanno in comune le seguenti caratteristiche:
5 dita su ogni zampa (l’attore mima) con pollice opponibile e corte unghie per una presa salda su rami e cibo.
Una dentatura non specializzata, vale a dire una dieta onnivora. – L’attore prepara la tavola e presenta delle succulenti portate.
Visione a colori e binoculare, con gli occhi cioè rivolti in avanti, per visualizzare bene le distanze in maniera tridimensionale. - L’attore guarda il pubblico, fa smorfie, poi, non contento, va da qualche singolo spettatore, tra cui uno con gli occhiali, gli chiede gentilmente il paio di occhiali, lo indossa, si pavoneggia, ritorna sul palco.
Le specie del Vecchio Mondo tendono spesso a presentare dimorfismo sessuale- appare un’attrice femmina da dietro la schiena -, consistente di solito nelle maggiori dimensioni dei maschi. Questo dimorfismo potrebbe dipendere dal fatto che le scimmie del vecchio mondo tendono a costruirsi harem o a non formare coppie fisse, perciò solo i maschi più grossi e forti riescono a prevalere nella competizione sessuale. – Ingresso delle innumerevoli fanciulle, donne, bambine, qualche maschio ma pochi, installazione della scenografia.

Santo è una scimmia ben inserita nel clima familiare, se non ci fosse, i bambini non si divertirebbero a vestirla come uno di loro. I grandi la lasciano un po’ così a mo’ di giocattolo ma, francamente, quando entra Poldo, il padrone di casa, è assai orgoglioso che anche lei riconosca la sua autorità e gli venga incontro, piena di inchini e carezze, e che voglia attraversare con lui tutta la casupola per controllare che tutto sia in ordine.
Alle donne fa tenerezza, anche se non sanno se trattarlo come un neonato o come un loro marito, al quale assomiglia così tanto, non foss’altro che nell’indipendenza e la precisione con cui inghiotte pop-corn davanti alla televisione.
A Santo la televisione piace, anche se non ci capisce granché. Quando è offeso perché qualcuno lo prende in giro (dato che è vestito come una bamboletta) si aggrotta e si rattristisce, poi si arrampica cupo sopra un ramo in giardino, cercando di fare un po’ la scimmia.
Anche le scimmie si formano un harem, così a Santo non pare strano vivere con il signor Poldo, che di donne ne ha tante come ogni dito del piede e della mano, senza contare le figlie e le sorelle, che nella confusione sono un po’ come amanti.
Santo fa parte di una famiglia nobile, ma non reca con sé nobili effigi perché, pur trattato con tutte le cure, è pur sempre una scimmia, adottato sulla riva del fiume quando era molto piccolo.
Pur non essendo erede legittimo, Santo è però ben conscio del suo ruolo, ogni volta che Poldo è in casa non oserebbe mai entrare o uscire dalla finestra, ma dalla porta sì, come ben lui gli ha insegnato. Quando Poldo non c’è Santo esce dalla finestra.
La cuoca di casa, impregnata di radici contadine, fa un po’ di lagnanze a dover servire una scimmia, e quando è in sua presenza scuote spesso il capo, cosa che Santo non tarda ad imitare, ma bonariamente. I bambini ridono, la cuoca si irrita e ancora si chiede perché tengano una scimmia in casa. Non bastavano tutti questi bambini.
I corridoi pullulano di figli haremitici, i quali da grandi si faranno a loro volta un harem, il quale sarà popolato da altrettanti figli haremitici, l’ultimo dei quali non troverà altro da fare che la rivoluzione, con quel tripudio di nascituri e di esemplari di primati uomini.
Sasha, ultimogenita di Poldo, sogna che l’harem si trasformi in una foresta con le liane, dove tutti, trasformati in scimmia, fossero vestiti da bambola e camminassero in quel modo buffo poggiando le mani per terra.
Santo mangia pure con le mani, a lui non è imposto l’uso delle posate, nonostante che abbia anch’egli i suoi bei pollici opponibili. Per questo ironicamente è stato chiamato Santo, essendo un buon discepolo di Maometto. Coll’Islam Poldo simpatizzava, proprio per il fatto dell’harem. Della religione, quella, se ne infischiava.
La cuoca ha la foto di suo figlio sul comodino, suo figlio che è partito in guerra, ancora non se ne hanno notizie. La cuoca che è cattolica si chiede se Santo sia buono o cattivo, e se andrà all’inferno o no. Queste suggestioni le ispirano fiabe che terrorizzano i bambini ogni sera, sempre mette come protagonista Santo.
I bambini capiscono che nelle narrazioni c’è un certo piacere nel torturare la scimmia almeno con la fantasia, tacciono e si addormentano di colpo, cullati da tutta questa atrocità.
Santo ascolta tutto e guarda addormentarsi i bambini, il suo posto non è lì in mezzo ai giocattoli, guarda allontanarsi a passo obliquo verso l’orizzonte il treno sulla ferrovia, come un vecchio striscia sulle suole di polvere alla quale si attaccano i semi selvatici.
La casa di Santo è in un posto vasto ed immerso nel verde, per fortuna, contatti saltuari con gli altri animali ce ne sono, ma il suo posto non è nemmeno tra questi animali.
A volte guarda l’orizzonte come se avesse qualcosa in comune con quello che impensierisce i nostri poeti.
Ora gli scriviamo romanzi su, e opere teatrali, coraggio! Ci sembra facile entrare nel suo cervello, non contenti di spiare nel nostro. E di imporre al nostro sguardo quel che noi vogliamo sapere di noi stessi.
Ecco, suonano alla porta, dei passi felpati attraversano senza neanche farci caso il corridoio. La cuoca gira gli occhi al suo passaggio, poi riguarda dritto davanti a sé rassegnata, suo figlio non ritornerà dalla guerra. Il padrone di casa entra dal portone, Santo lo raggiunge, non essendo più sé né un altro, prende come tutti i giorni la mano del suo padrone e va a fare il suo giro di ispezione.

domenica 7 giugno 2009

venerdì 5 giugno 2009

Disputa tra una vagina e la sua posseditrice.

(Ispirata all’originale di Salvo Lo Galbo “Disputa tra un pene ed il suo possessore”)

Ehi lei, ehi, là!
“Che c’è, chi parla?”
Son io, più in qua
Che cerco di chiamarla.
“Sei parte del mio corpo eppur del lei
Mi dai?” E come altro potrei
Rivolgermi a fanciulla
In verità un poco citrulla
Sì da non usarmi mai?

“Ma come ti permetti!
Mantieni le distanze!
È colpa, se da stanze
Lubriche mi distanziai?
Che direbbero le amiche?
E i genitori poi, non bussando per entrare
Se trovasseromi te, intenta, a stuzzicare?”

Intanto, non ti lagnare!
Che se di me più pratica tu fossi
Meno staresti lì ad ocheggiare.

“Senti chi sta li a parlare!
Tu che dovresti esser grata
Or t’ha preso di doverti lamentare.”

Mi son stufata! – se permetti –
Io che servo solo per svuotarti la vescica,
per l’appellativo “Una gran fica”
e basta! Almeno che potessi
Ospitare, non dico cose grosse
Ma per lo meno far due mosse
Con intrepidi fanciulli.
O incontri sol citrulli?
Va bene, c’è da conservar l’igiene
Ma a che pro tenermi in catene?

“Se questo è il tuo problema
Allora devo ammettere
Che fosse mia la scelta
Ti farei estromettere!
Non sai tu che gli omastri –come dice la mammina
Al mondo sono troppi
Di quelli che non sanno, trattar con te, vagina
E più che di piaceri si parlerà di intoppi!
Dolori, sangue, e proprio questa è bella:
Se non stai attenta, ti tocca spinger fuori le budella
Per far nascere un bambino
Come il padre, o più, cretino!”

Eh cara, or che m’hai spiegato
Capisco proprio come t’hanno educato,
credere senza provare,
bel modo di campare!
Ma fidati, che da vecchia
Se il fior non avrai colto
Non ci sarà cornacchia
Che vorrà avere dibattito
Con me, tua nume tutelare!
Ahi poi quanti rimpianti
Di non un uomo amare
E chiuder per non rischiare
Il campo ai gentil raccolti!

“Sarà, fors’hai ragione,
Il Nino è proprio un tipo,
Di far con lui ho intenzione
L’amore sotto un fico.”

Ecco il Nino. ( si prepara)

“Aspetta, ohibò che fai?
Non lì, no! Andiamo in un campo più vicino
E discreto, ed ora attendi, carino,
ch’ho da toglier le mutande
ma non al tuo cospetto, s’intende,
e poi…non mi slargare il reggipetto
che ho pagato 40 euro
e che è firmato!
Rovinarlo così, proprio un peccato!
Aspetta che mi devo concentrare
Per potermi rilassare..”

Andiamo bene…

“Sono grassa? Che ne pensi? Parlo troppo?
Ma, come, che cos’è questo galoppo?
Cosa fai? Perché sospiri?
E con gemiti ritiri il tuo strumento?
Io di nulla m’accorsi, non mento!”

Cara mia,
se non stacchi le cervella
E non spegni la favella
Non avrai da lavorare
Per tua madre diventare!

Ma nessuno più mi sente
E la misera s’asconde
A rimpianger tra le fronde.



“Proprio bella!
Prima ch’ero verginella
Tutti lì a farmi la corte
Or, che si diffonde la novella
Mia col nino, nemmeno un cretino
M’ha due parole porte?
E perché le mie amiche
Prima così pudiche
Zitte, zitte, son scoperte
Di due anni almen più esperte?”.

…

domenica 24 maggio 2009

Un sogno sensazionale

Un giorno ipotizzò che tutte le belle anime del passato potessero tornare in vita, in particolare quelle morte di malattie tutt'oggi curabili.
Allora si recò strisciando con le pattine al suo laboratorio, aprì un paio di cassettoni dai quali sgusciarono fuori subito un mucchio di scoperte: la dimostrazione matematica che il fatto che le biciclette toccassero terra era solo un effetto del cervello (in realtà volavano); il progetto per una casa completamente tonda, un apparato fonatorio di cartapesta che, azionato, in base al vento poteva articolare parole diverse, poi, in fondo, una matita mezza schiacciata che, nel suo intimo, si era autoconvinta di essere anch'essa una scoperta sensazionale.
Il nonnino si preparò a sfregarsi le mani, quando si accorse con un abbozzo di sorriso (sembrava che il suo aspetto, persino quello, se lo fosse progettato da sé) che in pugno gli era rimasto un tovagliolo.
Certo quel cartoccio risaliva al ristorante dove aveva mangiato, conservare involontariamente tovaglioli era un suo vecchio vizio, lo srotolò piano piano, ne aprì ciò che rimaneva dei lembi, il tutto sembrava aver preso la forma di una scatolina.
All'interno, con sua grande sorpresa, c'era qualcosa di ancora più bianco, e duro, radente, un foglio!
Con un sussulto il nonnino pensò che magari al ristorante, per passare il tempo tra una portata e l'altra, si fosse messo effettivamente a disegnare, anche se lui si ricordava di aver giocato con la mollica del pane.
Incredibile! Sul foglio c'era scritto qualcosa, e non con la sua calligrafia. Il nonnetto barcollò, l'orecchio fece un movimento di stupore, la macchinina sul soffitto fece una piroetta.
Sul foglio c'era scritto qualcosa.

“Sapevo che l'avresti fatto,
io ti ho sempre amato.

colei che ti raccolse, nel 2009”
Certo fu difficile per il nonnino riprendersi dal colpo, gli venivano in mente solo un'ampia gonna fiorita che si muoveva intorno a lui, l'odore del porto, la malvasia che gli capitombolava dentro lo stomaco, aveva alzato la testa, se l'era ritrovata accanto.
A quel tempo era solo un aspirante regista, che ogni tanto andava a lezione di cinema ma che, in realtà, metteva su la sua bancarella di artigiano sotto la “casa degli artisti” rimessa in sesto.
“Cosa fai lì”, fece il nonnino con molti, molti anni in meno.
La fanciulla, i suoi capelli cortissimi, il suo piercing che luccicava, non aspettò molto tempo poi gli mise una mano sulla fronte. Avendo constatato la situazione, lo prese, gli mise un braccio dietro la schiena, e se lo caricò, come se niente fosse, ma il nonnino non era mai stato, neanche in gioventù, molto robusto.
In men che non si dica la ragazza lo aveva condotto dentro una casa, con una botola come porta d'ingresso, lo aveva fatto stendere di fianco al camino, su un letto altissimo. Più tardi il nonnino giovane si sarebbe accorto delle meringhe appoggiate sul comodino turchese. Non si sarebbe mai dimenticato tutto ciò.

Invece, guarda un po'! Se lo era dimenticato. E se non fosse stato per quel biglietto, nascosto certo nella sua mano da quella segreta silfide, mai più fino alla sua morte gli sarebbe tornato in mente.
È che nel frattempo tante cose gli erano successe, aveva incontrato donne meravigliose, esotiche, ammalianti, e poi le sue scoperte...ognuna pagata dal Ministero delle Sorprese, la sua “ricompensa” statale di 100.000 euro al mese, per manufatti donati all'umanità, l'ammonimento fintamente amichevole ricevuto dal Presidente del Consiglio di “non diffonderli troppo”, tutto questo gli aveva fatto dimenticare.

La mattina dopo, a quanto pare era già trascorso il piccolo strascico di notte che restava, il giovane fu svegliato dall'aroma di pane appena sfornato, che doveva contenere senz'altro qualche pezzettino di cipolla. L'aroma di pane, e il gran mal di testa.

Il nonnetto tentava di scrivere la cosa straordinaria che gli era successa, strusciando romanticamente la pennad'oca/arrosto sulla pergamenta, ma non riusciva ad esprimere a parole quella buffa sensazione, così finì per sgranocchiarsi la penna e masticarsi il foglio.
Fuori faceva un vento turbinoso, quasi stesse per sopraggiungere un uragano, così il nonnino, da solo, dopo aver sigillato le finestre, si apposto davanti alla più grande e cominciò a guardare fuori, inclinando dolcemente la testa di lato.

Tutto questo, aveva un non so che di magico, di inventato, persino la ragazza non sembrava ancora essersi ripresa dall'assurdità che emanava la sua casa. Aveva un ciuffo di capelli azzurro. Ma il giovane non pensava che fosse tinto.
Lei stava preparando un ciambellone, si muoveva per la cucina senza fare il minimo rumore, poi si accostò al letto dove si stava riprendendo lo sconosciuto ubriaco, tese il braccio per arrivare alla mensola sopra il letto, e così facendo il suo seno lo accarezzò, dopidiché egli si accorse di essere effettivamente nella realtà, una realtà morbida, un po' disfatta, che è come un sogno.
Lei lo guardò, con la coda dell'occhio.
“Cos'hai lì?” Volle sapere la fanciulla. Il giovane si guardo il fazzoletto letteralmente imprigionato nel pugno.
“E' un mio vecchio vizio...” rispose. “Dev'essere del locale di ieri sera.”
Era rosso, a pois verdi. La ragazza si mise a ridere.
“Impossibile.” disse sorridendo “Solo io ho quel tipo di tovaglioli.”
Il giovane credette di rabbrividire ma, sotto una scultura di stecchi per spiedini, cresceva una montagna di fazzoletti di carta rossi a pois verdi.
Senza interruzioni la fanciulla continuava a badare al ciambellone, ora era infornato ma non era finita qui: prese uno stecco, separandolo dalla scultura, lo infilzò nel dolce, poi lo guardò, e, non contenta, si sedette finalmente di fianco allo sconosciuto.

Il nonnetto pensava che era stata la convinzione di avere sognato, a fargli dimenticare quell'episodio, ma questo non lo tranquillizzava. In tutta la sua vita, proprio perché una cosa era un sogno, non l'aveva lasciata perdere, ma esplorata, indagata, attorcigliata.
“Io ti ho sempre amato”. Come poteva essere? “Sempre” era una parola grossa! E prima di quella sera, prima del 2009?
Non intendeva forse che lo aveva già puntato da prima?
Il nonnetto si sentì spiato.

II

La prima domanda che gli venne in mente di porgere fu: “Tu non sei di qui, vero?” Ma si rivelò interessante, perché la fanciulla iniziò a raccontare del come si fosse ritrovata in quella città: era un'accanita viaggiatrice, una volta ogni quattro giorni almeno prendeva l'aereo e andava a trovare i suoi amici, in tutte le parti del mondo.
Amici conosciuti per strada, ai concerti, ai mercati di antiquariato, amici con i quali un giorno aveva chiacchierato in spiaggia, o su un traghetto, o in cima alla torre Eiffel, o nel mezzo di una camminata in montagna.
Un giorno però, la compagnia di voli con la quale viaggiava decise di premiarla.
Così, senza neanche averlo chiesto, si ritrovò con in tasca un buono per un viaggio a sorpresa.
Andò all'aeroporto, e scoprì che “viaggio a sorpresa” significava poter prendere un loro volo senza però saperne la destinazione. All'inizio era un po' contrariata, ma poi, tra smancerie gentili, riuscirono a convincerla a partire immediatamente.
Al check in una coda di gente dall'aspetto, si capiva, abituata a viaggiare, fischiettava e borbottava. Tutti sembravano molto più allegri di lei, all'idea di partire, finalmente, non più per la solita prevedibile Hong Kong, le solite fabbriche, o il solito sceicco con cui trattare e con il quale bere caffè nero, ma finalmente per una destinazione ignota.
Tutti sembrava avessero firmato, prima di partire, un patto per la vita con l'aeroporto, tenendo sottobraccio o in mano leggerissime ventiquattrore apparentemente vuote, valige dai colori vari, alcune con fiocchi, altre guarnite di luccichini per la situazione, giacconi, scarpe pesanti, sacchetti con le ciabatte per cambiarsi a bordo, orologi ben piantati sul polso, che se uno avesse pensato a toglierselo sicuramente sul braccio ci avrebbe trovato l'impronta, e i peli che in quel punto crescevano meno.
La nostra fanciulla cercò di depositare il bagaglio molto dopo rispetto alla valigia con i luccichini, era più forte di lei, li detestava, si attaccavano dappertutto.
Con passo energico, un po' dirottata nei suoi sentimenti, montò su un posto qualsiasi. Dopo non sapeva quanto (il suo polso non aveva neanche l'impronta di un orologio) ci fu l'atterraggio, quasi impercettibile, e il benvenuto del pilota, che aveva un che di inquietante.
Aveva pronunciato un nome sconosciuto, ma non fu questo a preoccuparla, piuttosto la desolazione che incontrò non appena uscita dall'aeroporto.
Immaginò che gli aerei decollassero e atterrassero molto lontano dai centri abitati, così cominciò a cercare un autobus, ma trovò solo una specie di contenitore senza tappo dal quale si potevano scorgere i palazzi che sfrecciavano veloci. Lì dentro era finita con tutti i passeggeri di quel volo premio, alcuni già evidentemente delusi si gingillavano col portachiavi della loro valigia: in quel posto c'erano già stati.
Nemmeno un colore sgargiante che non fosse artificiale, la fanciulla era un po' depressa ma allo stesso tempo pensava che tutto ciò potesse diventare interessante.
Ci aveva preso gusto, quella pellicola che impediva al sole di mostrarsi completamente poi assomigliava al sacchetto fumée che poggiava sopra ai suoi dolci per farli lievitare.
La fanciulla fu felice di lasciare tutta quella gente già delusa, con la quale non era riuscita a fare branco (e non ci teneva sul serio). Si guardò intorno e tutto era smisurato, per poter vedere la fine dei palazzi che la circondavano doveva torcere la testa all'indietro, e ancora non bastava.
Neanche la pubblicità era alla sua misura, ogni cosa sembrava non rivolgersi più agli esseri umani, ma ad un'altra specie, molto più alta e grassa.
Invece i passanti erano come lei, solo un po' più affrettati, evidentemente per evitare di guardarsi intorno.
Camminò e camminò, per poi posarsi su una panchina, dalla quale si vedevano altri palazzi e un colle, lontano. La fanciulla immaginò che dopo quel colle esistessero cose più confortanti, verde, animali. Prese dalla borsa un panino, e si fece cullare da ciò che ancora non vedeva.

Il vento fuori sembrava combattere contro la città, contro quell'angolo di città che da lì si poteva scorgere, e da cui poi nascevano tutti i campi, ed i paesi circostanti, con un'interruzione netta.
Le distanze col vento sembravano come invalicabili, era in corso una sfida che poco aveva a che fare con la materialità del mondo.

domenica 3 maggio 2009

E se della terra noi abitassimo la superficie interna?

Le stelle sarebbero all'interno e noi vedremmo in esse miliardi di volte noi stessi. Troveremmo in quella distesa la nostra esistenza, e la giudicheremmo libera perché non vedremmo la chiusura del globo. Ma non solo.
Se noi vivessimo nella superficie interna, sotto i nostri piedi ci sarebbero altre stelle, queste davvero infinite, stavolta. Le eruzioni vulcaniche sarebbero esplosioni stellari e la lava conterrebbe piccoli alieni semi-liquidi.
Se noi abitassimo la superficie interna della terra la luna giocherebbe a bocce coi pianeti e il sole farebbe l'amore con l'atmosfera come due amanti in una cuccetta fiondata a migliaia di anni luce verso l'infinito che non vediamo. E noi saremmo i suoi bambini in grembo.